Il termine "comunismo"
comparve attorno agli anni ’30 del
XIX secolo
inizialmente come sinonimo di "socialismo",
in seguito per indicare maggiore radicalità e lo specifico
carattere collettivistico delle teorie proposte. Perse
nuovamente significato nella seconda metà dell'ottocento, per
essere poi ripreso da
Lenin per
distinguere il socialismo rivoluzionario (marxista-leninista) da
quello riformista. Con questo termine si
usa oggi
indicare le teorie socialiste del filosofo tedesco Karl Marx,
capace di compiere una
lucida
analisi del capitalismo e proporre un cammino per superarlo.
Marx nacque il 5 maggio 1818 in Renania; tra i suoi testi
fondamentali troviamo L'Ideologia Tedesca (1845),
il
Manifesto del Partito Comunista
(1848),
Il Capitale
(1867).
In tutte queste opere è fondamentale la collaborazione
dell'amico e filosofo
Friedrich Engels.
Marx svolse inoltre un ruolo attivo nell'organizzazione del
movimento operaio,
partecipando alla
Prima Internazionale
del
1864,
scontrandosi in particolar modo con gli
anarchici
e proponendo una collaborazione internazionale del
proletariato
che portasse al superamento della nazionalità e del settarismo.
Il materialismo
storico
Come tanti altri filosofi
dell'ottocento,
Karl Marx s’interessò di
storiografia,
delineando una personale concezione della storia che per la sua
originalità prende il nome specifico di "materialismo storico".
Esso è la scienza della storia che, ponendo fine ad ogni tipo di
filosofia finalista, ne ricerca le oggettive caratteristiche
materiali. Vediamolo nel dettaglio.
Il processo
storico
Il filosofo tedesco inizia con
il considerare la produzione dei mezzi di sussistenza attività
fondamentale dell'uomo, nonché prima azione storica
specificamente umana. Sulla base di questa attività ne individua
altre tre: la creazione e la soddisfazione di nuovi bisogni, la
riproduzione (quindi la famiglia) ed infine la cooperazione fra
più individui. Sorge solo ora la coscienza: al contrario di
tanti altri, Marx non delinea la coscienza come presupposto
dell'uomo, seppur riconoscendogli un ruolo fondamentale nella
vita, ma come prodotto sociale che si sviluppa in relazione
all'evoluzione dei mezzi di produzione e a tutto quello che esse
comportano, in una parola alle forze produttive. La coscienza si
manifesta quindi in diverse forme a seconda del processo
storico. Ma solo con la successiva divisione tra lavoro manuale
e mentale la coscienza può automatizzarsi dal mondo, dando luogo
alle forme culturali conosciute. La totalità dell'essere sociale
va dunque indagata dalla sfera produttiva. Questa separazione
fra coscienza e condizioni materiali da luogo all'"ideologia",
l'ideologia svolge un ruolo essenziale, siccome corrisponde
all'esigenza delle classi dominanti in un dato periodo storico
di presentarsi come classe universale, portatrice quindi di
valori universali espressi appunto nell'ideologia. Essa è ogni
forma di rappresentazione teorica inconsapevole della propria
condizione storico-materiale; le idee sono quindi separate dalle
proprie radici storiche e universalizzate. Il materialismo
storico si presenta come fortemente anti-ideologico; tutta la
dottrina socialista marxista è definita dal suo autore non
ideologica, poiché vuole mantenere le proprie radici realistiche
e storiche.
La
dialettica storica
In chiave marxista la storia
procede quindi a partire dalla sfera economica-sociale. Essa è
mossa da un processo dialettico, da una contraddizione che
genera un conflitto tra forze produttive e rapporti di
produzione. Questi ultimi sono l'insieme dei rapporti in cui gli
uomini entrano durante l'attività della produzione (rapporti
sociali, di proprietà, giuridici, …); l'insieme di questi
rapporti costituisce la struttura, base reale sulla quale si
eleva una
sovrastruttura,
ovvero tutte le altre espressioni umane, culturali,
istituzionali, …Il conflitto tra questi elementi porta al
superamento dei vari momenti storici e l'approdo a nuove
civiltà, caratterizzate da altri metodi di produzione e da
un'altra opposizione dialettica. Questa si manifesta nella lotta
di classe tra
classe
sfruttante e classe sfruttata, altro elemento imprescindibile
d'ogni epoca, che porta alle svolte epocali, come la
rivoluzione francese,
o la caduta dell'impero romano. La storia procede quindi
dialetticamente.
L'analisi
del capitalismo
Dopo aver analizzato la sfera
storiografica del pensiero marxista, iniziamo ora a trattare
argomenti più inerenti alla materia socialista. Con il testo
Il Capitale,
Marx concentra la propria ricerca sull'economia politica,
interessandosi al
capitalismo
ed ai suoi meccanismi e convincendosi di come esso sia per
definizione un sistema di sfruttamento. Vediamo come.
La merce e
il lavoro
Posta sotto analisi la merce
si rivela dotata di un duplice valore: d'uso e di scambio. La
merce ha infatti contemporaneamente un'esistenza naturale, in
quanto mezzo di soddisfazione di un bisogno, e un'esistenza
sociale, perché è scambiata sul mercato. Il valore d'uso è
determinato dalle caratteristiche qualitative della merce, e si
realizza nel consumo; al contrario il valore di scambio
prescinde dalle caratteristiche qualitative e si rapporta ad
altri valori di scambio in modo proporzionale. Per fare un
esempio un vestito si può scambiare con un paio di stivali. Lo
scambio presuppone dunque un'astrazione dalle caratteristiche
fisiche della merce e dalla sua utilità. Il denaro (l'oro) è la
merce universale in cui tutte le merci si rispecchiano. Il
valore di scambio è fondamentale nell'analisi del capitalismo,
poiché dipende dal lavoro sociale in esso oggettivato, che
risulta anch’esso sdoppiato come la merce: il lavoro si presenta
infatti come azione concreta, ma dal punto di vista del valore
di scambio quel che conta è il lavoro astratto, ovvero il tempo
di lavoro astrattamente e mediamente necessario a produrre la
merce. In tal modo il lavoro astratto è spogliato d'ogni
caratteristica qualitativa e s’identifica unicamente come tempo
di lavoro. Il valore della merce è dato dalla quantità di lavoro
medio sociale necessaria per produrla. Visto da questa
prospettiva lo stesso processo di produzione si sdoppia, in
quanto è insieme processo di lavorazione per produrre merci, e
processo di valorizzazione attraverso cui il capitale si
accresce. È questa duplicità una caratteristica insita della
società capitalista, quindi non è universale. La borghesia
unifica come una cosa sola questi due processi dichiarandone la
loro universalità, mentre "il capitale non è una cosa, ma un
rapporto sociale fra persone mediato da cose". Ciò significa che
il capitale presuppone e crea una situazione in cui il nesso
sociale fra gli individui si realizza attraverso il mercato e in
cui i mezzi di produzione sono di proprietà di una singola
classe, mentre la classe antagonista è in possesso solamente
della propria forza lavoro. Nel capitalismo il rapporto tra
lavorazione e valorizzazione è di subordinazione della prima
alla seconda e la funzione del lavoro concreto è di valorizzare
il capitale, cioè "lavoro cristallizzato": "Non è l'operaio che
utilizza i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione
che utilizzano l'operaio". Nel capitalismo domina l'alienazione,
il feticismo delle merci che appaiono alla coscienza come cose
di per sé valorizzate. Ma alla coscienza sono nascosti i
processi e i rapporti sociali della valorizzazione (cioè, lo
sfruttamento della forza-lavoro). Avviene perciò una
personificazione della cosa e una reificazione della persona.
La
valorizzazione del capitale
Se nei sistemi tradizionali il
processo di scambio avviene secondo la formula M- D- M, ossia la
merce prodotta è venduta per ottenerne altra tramite il denaro,
nel moderno sistema la successione diventa D- M- D', cioè si
opera al fine di ottenere più denaro di quanto si possedesse in
partenza (D<D'); inoltre nel primo caso c’è una differenza
qualitativa tra i due estremi, connessa dal comune valore di
denaro, mentre nel secondo la differenza e' quantitativa. Questa
differenza costituisce il plusvalore. Il plusvalore non si
realizza aumentando il prezzo della merce, perché il singolo
guadagno sarebbe annullato da perdite altrui, e ciò non
giustificherebbe il generale aumento di capitale
(accumulazione). L'origine di tale plusvalore và quindi cercata
nell'ambito della produzione (D - M...P...M’- D'), e più
precisamente nell'acquisto della forza lavoro dell'operaio:
essendo una merce, è anch’essa caratterizzata da un valore di
scambio (pari al valore dei mezzi di sussistenza minimi
necessari a riprodurla), e da uno d'uso; quest’ultimo,
nell'operaio, è diverso dal normale valore d'uso delle altre
merci, poiché la forza lavoro, una volta consumata, è in grado
di produrre una quantità di lavoro, e quindi di valore,
superiore a quello normale, valore misurato in tempo di lavoro.
Praticamente questo significa che, poste determinate condizioni,
l'operaio può ridurre il tempo di produzione lavorando più
velocemente, cioè se per esempio la giornata lavorativa è di
dieci ore e l'operaio impiega sei ore a riprodurre il valore dei
mezzi di sussistenza, il capitalista estrae un plusvalore pari a
quattro ore di pluslavoro. È questa la radice dello sfruttamento
insito nel capitalismo.
L'aumento
del profitto
Grazie al concetto di
plusvalore Marx può reinterpretare gli elementi del sistema
economico. Si concentra in particolare sul profitto e sugli
investimenti. Il profitto deriva dall'estrazione di plusvalore,
ossia dal capitale investito. Esso può essere di due tipi: il
capitale costante "c" per l'acquisto dei mezzi di produzione, e
il capitale variabile "v" (in quanto è in grado di valorizzarsi)
usato per assicurarsi la forza lavoro. Il rapporto di questi due
elementi è definito da Marx "composizione organica del
capitale". Il plusvalore "Pv" proviene dal "v", e il suo saggio,
detto di sfruttamento, sarà dato dal rapporto s= Pv/v, che
rappresenta la misura dello sfruttamento della forza lavoro. Il
profitto non è dunque remunerazione del capitale totale, bensì
proviene dallo sfruttamento della sua parte variabile. Il saggio
di profitto "p" sarà dato dal rapporto p= Pv/(c+v). L'interesse
primario del capitalismo è aumentare quest’ultimo saggio e
questo può avvenire in due modi: un semplice aumento della
giornata lavorativa (plusvalore assoluto), che però non
corrisponde alla realtà dinamica del capitale, poiché soluzione
limitata e contrastata dalle lotte operaie; una riduzione del
tempo di lavoro necessario, ovverosia un aumento della
produttività (plusvalore relativo). Quest’aumento è raggiunto
progressivamente con miglioramenti organizzativi, scientifici,
tecnici, ecc. In particolare il capitale ha sottomesso la
scienza e la tecnica ai suoi bisogni, così non è più la macchina
che media più il lavoro dell'uomo, ma è l'operaio che media il
lavoro della macchine. È questo fenomeno, già affrontato, dell'alienazione.
Il destino
del capitalismo
L'epoca capitalistica è
caratterizzata dal fatto che il bisogno illimitato di plusvalore
sorge dal carattere stesso della produzione, così, anche se la
ricerca di profitto è stata presente in ogni fase storica,
quella contemporanea costituisce una realtà economica e sociale
qualitativamente diversa. Essa ha potuto avere inizio grazie ad
una serie di condizioni che hanno determinato un'accumulazione
originaria di capitale. Marx contesta la tesi borghese che fa
risalire quest’accumulazione al semplice risparmio, sostenendo
appunto che da solo il
denaro
non costituisce un capitale. Sono le condizioni economiche,
sociali, politiche, culturali che hanno condotto alla
dissoluzione del sistema feudale: la separazione dei lavoratori
dai mezzi di produzione e quindi la loro necessità di vendere la
forza-lavoro, l'eguaglianza giuridica che permette la libera
disponibilità di tale forza, … Tutti questi presupposti si sono
realizzati nel moderno
stato liberale
borghese, frutto prima della
Rivoluzione Inglese
poi della
Rivoluzione Francese,
e da allora il capitale ha iniziato a valorizzarsi penetrando
sempre più all'interno della società. La proprietà privata dei
mezzi di produzione si traduce in quest’ottica in un'incessante
appropriazione privata della ricchezza sociale.
Le
contraddizioni del capitalismo
A parere di Marx il sistema
capitalista è minato da alcune fondamentali contraddizioni che
ne determineranno la caduta; la più importante è la
legge della caduta tendenziale del saggio
medio di profitto. Aumentare la
produttività significa fare investimenti tecnologici sempre più
massicci, il che porta ad una crescita del valore del capitale
costante, ma poiché solo il capitale variabile produce profitto,
il saggio tenderà a diminuire. Vi sono comunque alcuni fattori
antagonisti alla legge che la tramutano in semplice tendenza,
come l'intensificazione dello sfruttamento, la diminuzione dei
salari,… questo è possibile principalmente grazie all'esistenza
di una massa di proletari disoccupati in concorrenza con gli
occupati, il che permette salari portati al livello minimo di
sopravvivenza. Rimane il fatto che questa legge tendenziale è da
Marx considerata come una necessità logica connessa allo stesso
carattere di accumulazione del capitale. Ugualmente connesse a
questo sono le crisi cicliche dovute alla saturazione del
mercato,
che portano ad una concentrazione di capitali in sempre meno
imprese; queste, apparentemente superate, si ripropongono
continuamente e sempre più violentemente. Marx riconosce al
capitalismo la straordinaria funzione storica che ha avuto
nell'espandere enormemente le forze produttive e universalizzare
i rapporti economici e sociali; tuttavia identifica in esso un
contrasto tra la funzione sociale del capitale e il potere
privato del capitalista sulle condizioni sociali della
produzione. Da questa prospettiva il capitalismo è un punto di
transizione verso la società comunista.
La
società comunista
Coerentemente con la sua
visione non meccanicistica della realtà e la sua volontà di non
formulare un'ideologia che preveda il futuro, il filosofo
tedesco non teorizza esplicitamente le caratteristiche della
futura società comunista, ma da soltanto indicazioni sulla fase
di transizione verso essa e la delinea come ipotesi. Egli
sostiene che "il comunismo non è uno stato di cose che deve
essere instaurato, ma un movimento reale che abolisce lo stato
di cose presente". Innanzitutto Marx definisce l'importanza
della rivoluzione del proletariato: se il capitalismo cadesse
solo perché contraddittorio la storia si risolverebbe in un
processo meccanicista. Invece il proletariato deve prendere
coscienza della sua forza e, attraverso una rivoluzione
violenta, deve abbattere il sistema corrente. Con la caduta
della borghesia, andranno ad estinguersi tutte le sue
espressioni, quindi lo Stato, la cultura e la morale borghesi, e
le religioni,… Ma prima della nuova società ci sarà un periodo
di passaggio durante il quale la classe rivoluzionaria si
sostituirà semplicemente a quella capitalista, edificando la
dittatura del proletariato, ancora caratterizzata dal dualismo
di classe. Durante questo periodo andranno smantellate tutti i
residui del precedente sistema, e infine, con la socializzazione
dei mezzi di produzione e l'abolizione della proprietà privata,
si avrà il comunismo autentico, e spariranno allora feticismo e
alienazione, gli individui non saranno più asserviti ad un
lavoro diviso e potranno realizzare uno "sviluppo omnilaterale",
accrescendo insieme le forze produttive sociali. Allora ci sarà
il ritorno dell'uomo alla sua realtà sociale.