Fondamentale nel pensiero di
Lenin è l'idea
di
partito.
Lenin sosteneva che il
proletariato
potesse aspirare ad una rivoluzione per mezzo degli sforzi di un
partito comunista
che si assumesse il ruolo di "avanguardia rivoluzionaria". Lenin
credeva altresì che un partito del genere potesse portare a
termine i propri obiettivi soltanto attraverso una forma di
organizzazione disciplinata nota come "centralismo
democratico",
dove gli esponenti del partito discutono liberamente le varie
proposte ma si impegnano a non contestarle una volta sancite.
Questo partito avrebbe dovuto essere costituito da militanti di
elevato livello politico, alcuni dei quali dediti alla politica
a tempo pieno ("rivoluzionari di professione"). Questo partito
avrebbe dovuto secondo Lenin essere strettamente legato al
movimento operaio, intervenendo coscientemente nel movimento
sindacale e utilizzando "tutte le forme di lavoro, legale od
illegale" (inclusa la partecipazione alle elezioni parlamentari,
quando opportuno, la quale tuttavia era per Lenin, in contrasto
con gran parte delle
socialdemocrazie
europee, solo uno dei molti terreni di intervento politico e
neppure il
più
importante) per costituirsi come partito dirigente della
classe operaia.
L'imperialismo,
fase suprema del capitalismo
Tuttavia, probabilmente il
contributo più originale e di lunga durata di Lenin è la teoria
dell'imperialismo.
Secondo la teoria leninista dell'imperialismo, all'inizio del XX
secolo le grandi potenze capitaliste avevano ormai terminato di
spartirsi l'intera superficie del pianeta colonizzando le
regioni economicamente più arretrate. L'imperialismo moderno
rappresentava una nuova (e "suprema") fase del capitalismo,
caratterizzata dalla contraddizione tra Paesi coloniali e Paesi
imperialisti e dalla creazione in questi ultimi di un blocco di
potere politico-economico-militare dato dalla fusione del
capitale industriale e finanziario con l'apparato dello Stato.
Una conseguenza di questo stato di cose era la creazione di uno
strato di "aristocrazia operaia" nei Paesi più avanzati: un ceto
sociale appartenente alla classe operaia ma di fatto sganciato
da essa nelle sue condizioni di esistenza e nella sua coscienza
politica, corrotto economicamente attraverso i superprofitti
dati dallo sfruttamento dei Paesi poveri, che rappresenta lo
zoccolo duro (burocrazia sindacale, dirigenti delle cooperative
ecc.) del
riformismo.
D'altro canto il nuovo assetto imperialistico del capitalismo
mondiale, oltre ad accelerare la proletarizzazione delle masse
contadine del mondo coloniale, apre grosse possibilità
rivoluzionarie anche nei Paesi arretrati grazie alle lotte di
liberazione nazionale che suscita, creando un'alleanza di fatto
tra i popoli oppressi dall'imperialismo e il proletariato
rivoluzionario dei Paesi industrializzati. Questa concezione
dell'imperialismo "fase suprema del capitalismo", e l'intuizione
delle conseguenze legate allo scoppio della Prima Guerra
Mondiale, fa dire a Lenin che l'alternativa ormai è "O il
socialismo, o la barbarie"
La
rivoluzione in Oriente
Nella visione leninista, il
processo rivoluzionario che deve condurre all'instaurazione di
una repubblica socialista mondiale (di cui l'URSS avrebbe
rappresentato il primo embrione) e ha dunque un carattere
internazionale. In effetti per Lenin è proprio la maturazione
delle condizioni per l'abbattimento del capitalismo a livello
globale che rendono possibile la rivoluzione sociale anche in un
Paese arretrato come la Russia, "l'anello più debole della
catena imperialista mondiale"; questa posizione mette il
leninismo in contrapposizione con un certo preteso "marxismo
ortodosso" (per es.,
menscevico)
che restava rigidamente aderente alla previsione marxiana
secondo cui la rivoluzione si sarebbe avviata nei Paesi più
progrediti dell'Europa occidentale (in realtà lo stesso Marx
valutò in alcuni scritti la possibilità che la Russia arrivasse
ad una rivoluzione comunista prima dell'Occidente). Secondo
questi critici delle posizioni di Lenin, la Russia e Paesi
simili avrebbero dovuto prima attraversare una fase democratica
e capitalista, e solo successivamente sarebbero maturate le
condizioni per la rivoluzione proletaria; Lenin riteneva che
questa posizione non prendesse in adeguata considerazione quanto
nel XX secolo le borghesie nazionali dei Paesi arretrati fossero
strettamente legate economicamente e politicamente alle classi
reazionarie e a posizioni conservatrici che rendevano loro
impossibile, anche per il terrore che nutrivano nei confronti
del
movimento operaio,
una riproposizione delle classiche rivoluzioni borghesi sullo
stile della
Rivoluzione Francese
del 1789. Ad ogni modo, la dottrina leninista prevedeva che la
presa del potere da parte del proletariato in un Paese come la
Russia fosse soltanto "il segnale" per l'inizio di una
rivoluzione perlomeno su scala europea.
Lo Stato e
la rivoluzione
Il leninismo affronta
approfonditamente il tema dell'organizzazione politica del
proletariato dopo che abbia preso il potere. In questo si rifà
alle concezioni di
Marx
basate sull'esperienza della
Comune di Parigi.
Nel testo Stato e Rivoluzione, scritto nel bel mezzo dell'anno
rivoluzionario 1917, Lenin prefigura uno Stato di tipo
consiliare (ossia una repubblica socialista
sovietica,
come suggerito dalla concreta esperienza dei consigli operai e
contadini in Russia) ispirato ai principî organizzativi
comunardi: eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari
pubblici, unità del potere legislativo ed esecutivo, rotazione
delle cariche e controllo rigido sui salari dei funzionari
pubblici per evitare la formazione di una
burocrazia,
esercito permanente sostituito dal popolo in armi. In polemica
sia con le concezioni
anarchiche
sia con quelle
riformiste,
Lenin afferma che l'originaria concezione di Marx ed
Engels
vede lo
Stato operaio
come un "semiStato" in via d'estinzione, che si appresta cioè a
svanire via via che la soppressione del capitalismo su scala
mondiale e l'elevazione delle condizioni sociali e culturali dei
lavoratori renderanno superflua ogni forma di costrizione
statale e di potere politico.
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