LENINISMO

Il Leninismo è una corrente di pensiero politico ed economico (nell'ambito del comunismo) che si inquadra nella tradizione del marxismo. Con essa si fa riferimento sostanzialmente alle teorie del leader bolscevico Vladimir Il'ič Lenin, ed alla loro messa in pratica durante e dopo la Rivoluzione Russa.

Il partito comunista, avanguardia del proletariato

Fondamentale nel pensiero di Lenin è l'idea di partito. Lenin sosteneva che il proletariato potesse aspirare ad una rivoluzione per mezzo degli sforzi di un partito comunista che si assumesse il ruolo di "avanguardia rivoluzionaria". Lenin credeva altresì che un partito del genere potesse portare a termine i propri obiettivi soltanto attraverso una forma di organizzazione disciplinata nota come "centralismo democratico", dove gli esponenti del partito discutono liberamente le varie proposte ma si impegnano a non contestarle una volta sancite. Questo partito avrebbe dovuto essere costituito da militanti di elevato livello politico, alcuni dei quali dediti alla politica a tempo pieno ("rivoluzionari di professione"). Questo partito avrebbe dovuto secondo Lenin essere strettamente legato al movimento operaio, intervenendo coscientemente nel movimento sindacale e utilizzando "tutte le forme di lavoro, legale od illegale" (inclusa la partecipazione alle elezioni parlamentari, quando opportuno, la quale tuttavia era per Lenin, in contrasto con gran parte delle socialdemocrazie europee, solo uno dei molti terreni di intervento politico e neppure il più importante) per costituirsi come partito dirigente della classe operaia.

L'imperialismo, fase suprema del capitalismo

Tuttavia, probabilmente il contributo più originale e di lunga durata di Lenin è la teoria dell'imperialismo. Secondo la teoria leninista dell'imperialismo, all'inizio del XX secolo le grandi potenze capitaliste avevano ormai terminato di spartirsi l'intera superficie del pianeta colonizzando le regioni economicamente più arretrate. L'imperialismo moderno rappresentava una nuova (e "suprema") fase del capitalismo, caratterizzata dalla contraddizione tra Paesi coloniali e Paesi imperialisti e dalla creazione in questi ultimi di un blocco di potere politico-economico-militare dato dalla fusione del capitale industriale e finanziario con l'apparato dello Stato. Una conseguenza di questo stato di cose era la creazione di uno strato di "aristocrazia operaia" nei Paesi più avanzati: un ceto sociale appartenente alla classe operaia ma di fatto sganciato da essa nelle sue condizioni di esistenza e nella sua coscienza politica, corrotto economicamente attraverso i superprofitti dati dallo sfruttamento dei Paesi poveri, che rappresenta lo zoccolo duro (burocrazia sindacale, dirigenti delle cooperative ecc.) del riformismo. D'altro canto il nuovo assetto imperialistico del capitalismo mondiale, oltre ad accelerare la proletarizzazione delle masse contadine del mondo coloniale, apre grosse possibilità rivoluzionarie anche nei Paesi arretrati grazie alle lotte di liberazione nazionale che suscita, creando un'alleanza di fatto tra i popoli oppressi dall'imperialismo e il proletariato rivoluzionario dei Paesi industrializzati. Questa concezione dell'imperialismo "fase suprema del capitalismo", e l'intuizione delle conseguenze legate allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, fa dire a Lenin che l'alternativa ormai è "O il socialismo, o la barbarie"

La rivoluzione in Oriente

Nella visione leninista, il processo rivoluzionario che deve condurre all'instaurazione di una repubblica socialista mondiale (di cui l'URSS avrebbe rappresentato il primo embrione) e ha dunque un carattere internazionale. In effetti per Lenin è proprio la maturazione delle condizioni per l'abbattimento del capitalismo a livello globale che rendono possibile la rivoluzione sociale anche in un Paese arretrato come la Russia, "l'anello più debole della catena imperialista mondiale"; questa posizione mette il leninismo in contrapposizione con un certo preteso "marxismo ortodosso" (per es., menscevico) che restava rigidamente aderente alla previsione marxiana secondo cui la rivoluzione si sarebbe avviata nei Paesi più progrediti dell'Europa occidentale (in realtà lo stesso Marx valutò in alcuni scritti la possibilità che la Russia arrivasse ad una rivoluzione comunista prima dell'Occidente). Secondo questi critici delle posizioni di Lenin, la Russia e Paesi simili avrebbero dovuto prima attraversare una fase democratica e capitalista, e solo successivamente sarebbero maturate le condizioni per la rivoluzione proletaria; Lenin riteneva che questa posizione non prendesse in adeguata considerazione quanto nel XX secolo le borghesie nazionali dei Paesi arretrati fossero strettamente legate economicamente e politicamente alle classi reazionarie e a posizioni conservatrici che rendevano loro impossibile, anche per il terrore che nutrivano nei confronti del movimento operaio, una riproposizione delle classiche rivoluzioni borghesi sullo stile della Rivoluzione Francese del 1789. Ad ogni modo, la dottrina leninista prevedeva che la presa del potere da parte del proletariato in un Paese come la Russia fosse soltanto "il segnale" per l'inizio di una rivoluzione perlomeno su scala europea.

Lo Stato e la rivoluzione

Il leninismo affronta approfonditamente il tema dell'organizzazione politica del proletariato dopo che abbia preso il potere. In questo si rifà alle concezioni di Marx basate sull'esperienza della Comune di Parigi. Nel testo Stato e Rivoluzione, scritto nel bel mezzo dell'anno rivoluzionario 1917, Lenin prefigura uno Stato di tipo consiliare (ossia una repubblica socialista sovietica, come suggerito dalla concreta esperienza dei consigli operai e contadini in Russia) ispirato ai principî organizzativi comunardi: eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari pubblici, unità del potere legislativo ed esecutivo, rotazione delle cariche e controllo rigido sui salari dei funzionari pubblici per evitare la formazione di una burocrazia, esercito permanente sostituito dal popolo in armi. In polemica sia con le concezioni anarchiche sia con quelle riformiste, Lenin afferma che l'originaria concezione di Marx ed Engels vede lo Stato operaio come un "semiStato" in via d'estinzione, che si appresta cioè a svanire via via che la soppressione del capitalismo su scala mondiale e l'elevazione delle condizioni sociali e culturali dei lavoratori renderanno superflua ogni forma di costrizione statale e di potere politico.

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