Le realtà
nazionali
Fu soprattutto nei
partiti comunisti con un grande radicamento nel tessuto sociale,
come il
Partito Comunista Italiano
ed il
Partito Comunista Francese,
che le idee eurocomuniste si affermarono rapidamente, mentre
quelli
più
piccoli o con un ruolo marginale nelle rispettive compagini
sociali mantennero più o meno la tradizionale linea di
dipendenza da Mosca. Il
Partito Comunista di Spagna
e il suo affiliato
catalano,
il
Partito Socialista Unificato della
Catalogna, avevano già
manifestato tendenze politiche liberali all'interno del
Fronte Popolare
durante la
Guerra Civile Spagnola,
ed emersero dal periodo
franchista
seguendo una linea essenzialmente eurocomunista. Anche i partiti
comunisti dei
Paesi Bassi
e dell'Austria
mostrarono chiare tendenze eurocomuniste. Le idee eurocomuniste
si diffusero anche, in una certa misura, fuori dal continente,
influenzando, ad esempio il
Movimento Venezuelano per il Socialismo,
il
Partito Comunista Giapponese,
il
Partito Comunista Messicano
ed il
Partito Comunista Australiano.
I motivi del
cambiamento
Se è vero che
l'eurocomunismo fu il punto d'arrivo dell'evoluzione di molti
partiti europei, è vero anche che i percorsi seguiti furono
diversi. In qualche caso l'impulso venne da movimenti della
società civile, come, ad esempio, il femminismo, in altri fu una
reazione agli avvenimenti in Unione Sovietica, che in quegli
anni si trovava nel pieno di quella che
Michail Gorbachev
definirà in seguito come
era della stagnazione brezneviana.
Il processo ebbe un'accelerazione decisiva nel
1968 con
la scioccante repressione della
Primavera di Praga.
L'era della
distensione
fra i blocchi ha avuto un ruolo importante. Infatti la
diminuzione del rischio di un nuovo conflitto mondiale consentì
ai partiti comunisti dei paesi occidentali di sentirsi meno
vincolati a seguire l'ortodossia sovietica, e di dedicarsi,
invece, con maggior impegno alla militanza nelle battaglie
civili in difesa dei diritti del
proletariato,
come avvenne in
Italia,
con l'autunno
caldo, e in
Inghilterra
con il cosiddetto
shop stewards' movement.
Le tappe
dell'Eurocomunismo
Ma l'eurocomunismo fu,
in molti casi, soltanto una tappa verso un'ulteriore evoluzione.
Gli italiani, con la trasformazione del Partito Comunista
Italiano nel nuovo partito dei
Democratici di Sinistra
si spostarono su posizioni vicine alla
socialdemocrazia,
altri, come ad esempio gli Olandesi, confluirono nel movimento
dei
Verdi,
mentre i Francesi, seguendo la direzione opposta, negli
anni 80
tornarono su posizioni filo-sovietiche. L'atto di nascita
ufficiale dell'eurocomunismo viene di solito considerato
l'incontro del
1977 fra
Enrico Berlinguer
(PCI),
Santiago Carrillo
(PCE) e
Georges Marchais,
tenutosi a
Madrid,
dove fu teorizzata la cosiddetta "nuova via". In particolare il
PCI aveva già da molti anni sviluppato una linea di indipendenza
da Mosca, a cominciare dal dissenso esplicitamente dichiarato
sull'invasione della
Cecoslovacchia
nel
1968. Nel
1975 il
PCI ed il PCE spagnolo avevano solennemente dichiarato di voler
insieme "marciare verso il socialismo" in "pace e libertà". Nel
1976 a
Mosca
Enrico Berlinguer, davanti ad un'assemblea di 5.000 delegati
comunisti, aveva chiaramente parlato di un "sistema
pluralistico" (che l'interprete tradusse, prudentemente, con il
termine "multiforme") e manifestò le intenzioni del PCI di
costruire "un socialismo che noi pensiamo necessario e possibile
soltanto in Italia". Prima che la fine della
Guerra fredda
mettesse sulla difensiva quasi tutti i partiti della
sinistra
europea e spostasse il dibattito politico sul tema delle riforme
neoliberali,
molti partiti eurocomunisti subirono scissioni interne, con
l'ala di destra (come i Democratici di Sinistra in Italia o l'Iniciativa
per Catalunya in Spagna) che
adottavano in modo convinto la linea
socialdemocratica,
mente la sinistra si sforzava di attestarsi su posizioni in
qualche modo chiaramente identificabili come "comuniste" (come
Rifondazione Comunista
in Italia o il
PSUC viu/Partito
Comunista di Spagna).
Critiche
Le critiche all'eurocomunismo
sono state principalmente due.
La prima, da parte degli
esponenti dei partiti democratici rimprovera agli eurocomunisti
la mancanza di coraggio per non aver voluto rompere
definitivamente i legami con l'Unione
Sovietica (Il Partito Comunista
Italiano, ad esempio, compì questo passo soltanto nel
1981,
dopo la repressione in
Polonia
di
Solidarnosc).
Questa "timidezza" è stata giustificata da alcuni con il timore
di perdere il sostegno dei vecchi militanti, molti dei quali
continuavano ad ammirare l'URSS, oppure con l'opportunità di
seguire una sorta di
realpolitik
che garantisse un forte appoggio dall'estero da parte di un
grande ed influente paese. Un'altra critica è stata l'asserita
incapacità dei partiti eurocomunisti di sviluppare una strategia
politica chiara e riconoscibile. In altre parole si fa osservare
che, mentre gli eurocomunisti dichiarano solennemente di essere
"diversi" - non solo dalla ideologia comunista classica ma anche
dalla
socialdemocrazia
- alla resa dei conti finiscono con essere molto simili all'uno
o all'altro di questi due modelli ideologici. In definitiva
questi critici arrivano alla conclusione che l'eurocomunismo non
abbia un'identità ben definita e, quindi, non può essere
considerato, in senso stretto, un nuovo movimento. Da un punto
di vista generale si può dire che per i movimenti comunisti
rivoluzionari di
estrema sinistra,
l'eurocomunismo significò semplicemente l'abbandono dei principi
base del
comunismo
(come l'attuazione della
rivoluzione proletaria),
e la successiva rinuncia anche a statalizzare l'economia come
vuole il modello socialista, essendo venuto a mancare l'impegno
ad eliminare il
capitalismo.
I sostenitori di questo punto di vista si sentirono fortemente
confermati nelle proprie convinzioni quando, in seguito alla
dissoluzione dell'Unione Sovietica, molti partiti eurocomunisti
abbandonarono ogni collegamento con la dottrina comunista.
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